Pignatta
Pignata
Approfondimenti
La corretta grafia di questo vocabolo è "pignatta" con due -p.
La corretta grafia di questo vocabolo è "pignatta" con due -p.
La sillaba SCE si scrive quasi sempre senza la I; eppure tutte le parole legate al sostantivo SCIENZA, dal latino scientiam (da sciens, participio presente di scire, che vuol dire "sapere"), costituiscono un'eccezione alla regola appena esposta. COSCIENZA, dal latino conscientia, a sua volta derivato da consciens, participio presente del verbo conscire (che vuol dire "essere consapevole"), si scrive con la I. Lo stesso vale per tutte le parole derivate (coscienzioso, cosciente, incosciente...), tra i quali l'avverbio "coscienziosamente".
Il vocabolo è un prestito dal francese, entrato in italiano nella forma originale "menu", alla quale si è poi affiancato l’adattamento "menù".
La discussione su quale delle due forme preferire è ancora aperta e i vocabolari appaiono discordanti sulla questione. Il GRADIT di Tullio De Mauro privilegia la grafia originale francese "menu" e riporta come variante la forma accentata "menù". Il Treccani.it sostiene che "menù", adattamento della forma menu, «è più usato in entrambi i significati», quello gastronomico e quello informatico. Il Sabatini Coletti riporta solo la grafia originale "menu", mentre il GDLI di Salvatore Battaglia indica la forma "menù" e riporta la forma originale "menu" solo nella nota etimologica.
Entrambe le forme sono quindi corrette. A voi la scelta!
Entrambe le grafie sono corrette; l'importante è che si faccia riferimento a due sostantivi entrambi maschili o uno maschile e l'altro femminile. Nel caso di due sostantivi femminili, scriveremo "tutte e due" o "tutt'e due".
Nell'italiano contemporaneo si scrive SINORA, con univerbazione.
La grafia sin'ora è del tutto errata, poichè siamo in presenza di un TRONCAMENTO che, come sappiamo, non vuole l'apostrofo (come qual è, buon anno, ecc..).
La grafia sin ora, senza apostrofo, rispetta le regole grammaticali dell'italiano, ma è ormai antiquata e scarsamente diffusa. Più comune è la variante "sino a(d) ora".
Entrambe le forme sono corrette. L'Enciclopedia Treccani, sotto il verbo "cumulare", scrive: "Mettere insieme più cose, facendone un cumulo; ammassare". Il verbo "cumulare" è usato soprattutto in senso figurato, mentre, in senso proprio, è più comune il verbo "accumulare", che indica il mettere insieme a poco a poco e in grande quantità.
I verbi con l’infinito in -ciare, -giare e -sciare (abbracciare, mangiare, associare) davanti alla E e alla I perdono la «i» della radice.
Si scrive quindi "assocerai" e non "associerai".
La corretta grafia di questa congiunzione è "per di più". La grafia univerbata è errata.
Entrambe le forme sono accettate. Bisogna ammettere, però, che la locuzione "a fondo" è senz'altro più usata dell'avverbio affondo. Personalmente noi la consigliamo!
Affondo, infatti, oltre che un avverbio, può essere la prima persona singolare dell'indicativo presente del verbo affondare (io affondo) e può avere anche la funzione di sostantivo maschile.
La forma "stò" non esiste! Sempre più frequentemente, soprattutto nei social-network, capita di leggere "stò", ma chi lo fa sbaglia e commette un grave errore.
La prima persona singolare dell'indicativo presente del verbo stare è solo "STO", senza accento.
Es.: Non sto molto bene (non "non stò molto bene").
La forma corretta è "POVER'UOMO", con l'apostrofo. Si tratta infatti di un'elisione, non di troncamento.
È corretta ed ammessa anche la forma univerbata "poveruomo".
Per la seconda e la terza persona singolare del congiuntivo presente del verbo "possedere" sono ammesse due forme, ugualmente corrette "che tu possieda, possegga" e "che egli possieda, possegga". Lo stesso vale per la terza persona plurale "che essi possiedano, posseggano".
Si scrive ticket. Il vocabolo è un forestierismo inglese utilizzato come sinonimo di biglietto e scontrino. Per il plurale è possibile scrivere tickets (plurale originale) o ticket con o senza la lettera s finale.
Anche se il suo suono potrebbe indurvi a mettere l'accento sulla -u, non lasciatevi sviare, si scrive fu, senza accento. Fù (fu con l'accento) è un grave errore ortografico da evitare. Il vocabolo corrisponde alla 3a persona singolare del passato remoto del verbo essere.
Per completezza coniughiamo il passato remoto del verbo essere:
io fui
tu fosti
egli fu
noi fummo
voi foste
essi furono
Per aiutarvi a comprendere meglio in quale contesto è opportuno utilizzare il nostro monosillabo, vi riportiamo alcune frasi d'esempio:
Molti ricorderanno il celebre romanzo di Luigi Pirandello "Il fu Mattia Pascal", pubblicato per la prima volta nel 1904; altri, invece, il primo verso de "Il cinque maggio" (l'ode scritta da Alessandro Manzoni alla notizia della morte di Napoleone Bonaparte, avvenuta il 5 maggio 1821), che recita così: "Ei fu. Siccome immobile"; altri, ancora, i versi:
"Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude."
tratti da "L'Infinito" di Giacomo Leopardi.
Nel corso del tempo abbiamo analizzato altri monosillabi per i quali può sorgere il dubbio "con accento o senza accento?", alcuni lo necessitano, altri solo in contesti particolari:
La forma corretta è "DOVUNQUE", composta da "dove" e dall'elemento -unque, e non, come spesso si crede, dalla forma "ovunque" preceduta dalla preposizione "di". "Dovunque" si scrive quindo tutto attaccato. Ecco ciò che dice in proposito il linguista Aldo Gabrielli:
Avverbio di luogo, vale propriamente “in qualunque luogo dove…”; ed è relativo, regge sempre un verbo; sarà quindi bene usato in frasi come: “Dovunque c’è un fiume c’è nebbia”; “Lo troverò dovunque io vada” e simili. Molti invece lo usano malamente nel significato compiuto di “dappertutto, in ogni luogo”; per esempio: “Lo troverò dovunque”; “Dovunque era solitudine”; diremo: “Lo trovo in ogni luogo”; “Dappertutto era solitudine”. Sono sottigliezze, ma costa poca fatica rispettarle. E lo stesso dicasi per ‘ovunque’, che ha il medesimo significato.
Si scrive "chierichétto", non "chirichetto"; il vocabolo, infatti, è un diminutivo di "chierico". Il chierichetto è il ragazzino che serve all'altare durante le celebrazioni liturgiche.
Entrambe le forme sono corrette; per spiegare bene l'uso della grafia di questo aggettivo, ci serviamo delle parole del celebre linguista Aldo Gabrielli:
«Meglio scriverlo tutt’attaccato quando si riferisce a una persona: Gli uomini dappoco; Chi è dappoco, se perde lo stato, non ha di che dolersi (Boccaccio); Letto e fuoco fan l’uom dappoco e simili. Parlando di cose, invece, sempre staccato: Son cose da poco; Non ti crucciare per un fatto così da poco e simili. Sempre staccato, naturalmente, in senso temporale: L’ho visto da poco, sottinteso tempo. Come sostantivo, sempre attaccato: Sei un gran dappoco; disprezzo i falsi e i dappoco (...)».
Il plurale della parola "stomaco" è STOMACI, non "stomachi", anche se alcuni dizionari accettano entrambe le forme
Bisogna dunque attenersi alla pronuncia palatale, cioè dolce, per formare il plurale di questo vocabolo (la stessa regola è valida, ad esempio, per parroco, farmaco, intrinseco, manico...).
Il vocabolo deriva dal latino stŏmăchus, che, a sua volta, risale al greco στόμαχος (=gola, stomaco).
Le due forme sono entrambe corrette e ugualmete accettate dai dizionari. L'aggettivo significa "cosparso di pangrattato".